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Mer 08 Giu 2011 |
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L'adozione è la possibilità più concreta di avere un figlio, quando non è possibile concepirlo in modo naturale, ma cosa comporta psicologicamente ed emotivamente una scelta del genere? Lunedì abbiamo iniziato a parlarne con Silvia Lanfranchi, psicologa e psicoterapeuta, consulente dell'ente per le adozioni internazionali AFN, specializzata sui temi legati alle emozioni e le risorse nell'infanzia e nella famiglia, e le difficoltà dell'apprendimento e curatrice della rubrica "Adottando con amore" su Fiorentini si nasce, un portale web dedicato alle famiglie con bambini da 0 a 13 anni di Firenze e dintorni. Ecco di seguito la seconda parte dell'intervista in cui Silvia Lanfranchi ci parla dell'aspetto psicologico, legato tanto alle lunghe attese burocratiche, quanto all'arrivo di un figlio adottivo. Mamme nella rete- Tempo fa un utente di mamme nella rete ci poneva questa domanda: "Convivo con il mio compagno da più di tre anni e a luglio mi sposo. Ho 35 anni, lui 41. Anche se conviviamo da tanto tempo lui ha da pochi mesi fatto il suo cambio di residenza. La sua residenza risultava ancora a casa dei genitori. Devo aspettare tre anni per fare domanda di adozione? Posso dimostrare in altro modo la nostra convivenza?" Dott.ssa Silvia Lanfranchi- Specificatamente alla convivenza, sì, può essere dimostrata in altro modo, o con autocertificazione o testimonianze o cointestazione delle bollette. La procedura varia a seconda del tribunale a cui si fa domanda. Da un punto di vista psicologico è importante che la coppia sia consapevole fin da subito i tempi che ci saranno di attesa, e che abbia la possibilità di sostenere e condividere le emozioni, le ansie le paure come le gioie di questo percorso lungo ma intenso, sia che siano accompagnati da professionisti dei servizi ASL o dell'Ente scelto che anche da altre coppie, che hanno iniziato lo stesso viaggio. È importante anche approfittare dei tempi di attesa per prepararsi all'arrivo del minori studiando la lingua e la cultura del paese scelto, per avvicinarsi al mondo del bambino. Infine la cosa più importante, a mio avviso, è che continuino a coltivare e nutrire il loro rapporto di coppia che è alla base della genitorialità stessa.
Dott.ssa Silvia Lanfranchi- Sia l'affidamento che le adozioni sono l'incontro fra il desiderio di avere un bambino della coppia e la ricerca e il diritto di un bambino di avere una famiglia che gli dia l'amore e cura. In entrambi i percorsi c'è la voglia di accogliere un minore: la differenza sta nel periodo, poiché l'affidamento è temporaneo e comporta la presenza occasionale dei genitori naturali, poiché è visto come un sostegno a loro in un periodo di difficoltà. L'adozione è invece permanente. Può capitare che l'affido diventi adozione o che si prolunghi per anni e anni, dipende dalla situazione. Le due situazioni comportano dunque dinamiche e problematiche simili ma diverse. L'importante è che la coppia scelga un percorso che si sente di fare e si confronti spesso, sia all'interno della coppia stessa, sia con altre coppie e con esperti nel caso di bisogno.
MNR-Cosa comporta dal punto di vista psicologico/emotivo l'adozione tanto per i genitori quanto per i bambini? Che differenze ci sono rispetto a quest'aspetto, se ci sono, fra adozioni nazionali e internazionali? Dott.ssa Silvia Lanfranchi- Dal punto di vista psicologico, l'arrivo di uno o più bambini, ha un impatto grosso a livello emotivo, sia per le emozioni forti che porta con sé che per il cambio di equilibrio intrafamiliare e personale. Sia i genitori di pancia che di cuore affrontano un grosso cambiamento, quindi è importante essere molto uniti e flessibili. Chiaramente le problematiche che possono emergere cambiano da coppia a coppia. In linea generale i maggiori pensieri dei genitori adottivi riguardano la storia del bambino, come dirgli che è stato adottato e a che età, come parlargli dei loro genitori di pancia e del momento in cui i bambini saranno grandi e potranno dire “non sei davvero mia madre/padre quindi faccio quello che voglio”. L'importante in questi casi secondo me è tornare al desiderio di avere un figlio e donargli il proprio amore, offrirgli la possibilità di crescere in una famiglia ed avere un futuro sereno. Come affermava una coppia adottiva del nostro Ente “i bambini in fondo non sono orchi”, è possibile trovare un modo, anche confrontandosi fra di sé e con l'esterno, per affrontare qualsiasi fase dello sviluppo del bambino e dello sviluppo del rapporto fra i genitori e il piccolo. Si è madre e padre anche crescendo ed occupandosi del minore, come è molto ben descritto nella poesia trascritta nella domanda precedente. Fra adozioni nazionali e internazionali non ci sono particolari differenze, nelle internazionali è molto importante sapere bene la cultura e le tradizioni dello Stato scelto, se possibile anche parte della lingua, delle ricette, degli odori al fine di avvicinarsi al mondo del bambino. Ugualmente importante è stare il più possibile nel Paese natio del minore. Concludendo è basilare conoscere più cose possibili sul bambino sia a livello nazionale che internazionale per potergli andare incontro ed empatizzare con lui sin dai primi momenti della conoscenza. Per avere maggiori informazioni sul tema delle adozioni e sull'aspetto burocratico che queste comportano leggi la prima parte dell'intervista. Silvia Lanfranchi cura la rubrica Adottando con amore su Fiorentinisicresce
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